Il cerchio narrativo Torna il vecchio filò e diventa un libro

CARLA SPILLER
Èuscito nei giorni scorsi «Nottetempo - Storie di vita nel cerchio narrativo», scritto da Luciano Casagrande e Ferdinando Raffaelli ed edito da Travenbooks. Luciano Casagrande e Ferdinando Raffaelli sono da alcuni anni gli animatori di cerchi narrativi a Bolzano, cioè della pratica della narrazione di sé e di ascolto della narrazione altrui. L’esperienza di riunirsi in gruppo per ascoltare delle storie e raccontarle, comune a molte società umane, è andata via via scomparendo con l’affermarsi dell’informazione diffusa dai nuovi mass-media. Oggi, anche se viviamo in una società molto diversa, non sono cambiati però i bisogni fondamentali degli individui. Tra questi quello di essere ascoltati e di comunicare la propria esperienza.
Per dare una risposta a questo bisogno di ascolto e di relazione gli autori del libro hanno dato vita a Bolzano con anziani e bambini ad alcuni cerchi narrativi, secondo gli insegnamenti e l’esperienza di Franco Lorenzoni, maestro romano che per primo ha proposto questo tipo di pratica.
I risultati di questo tipo di esperimento vengono ora proposti nel testo “Nottetempo”. Per saperne di più ne abbiamo parlato con gli autori.
Come è nata l’idea di questo libro?
Casagrande: «Prima è nata l’idea del cerchio narrativo. Sulla base di quanto già proposto in altre sedi da Franco Lorenzoni, abbiamo provato a creare dei momenti in cui gruppi di anziani e di bambini, separatamente all’inizio, si raccontavano le loro storie di vita, indotte da uno spunto che veniva dato da noi. Io seguivo più la parte dei bambini, mentre insieme a Ferdinando gestivamo il gruppo degli anziani. Successivamente abbiamo dato vita ad un momento di incontro fra gli anziani ed i bambini, dando ad entrambi insieme il tempo di narrarsi le loro grandi e piccole vicende di vita. Questa è stata l’idea iniziale. In un secondo tempo, avendo registrato e raccolto molto materiale, abbiamo pensato di fare un libro. E dopo il libro, il primo cerchio narrativo con bambini e anziani è diventato anche uno spettacolo teatrale che è stato rappresentato al Teatro Cristallo».
Avete dunque il merito di aver portato a Bolzano il “cerchio narrativo “, che avete imparato da Lorenzoni.
Raffaelli: «La collaborazione fra me e Luciano nasce dal fatto che abbiamo frequentato insieme alcuni stage di teatro e soprattutto di teatro-natura. Il cerchio narrativo non è teatro vero e proprio, però Lorenzoni sostiene che la narrazione di sé è il grado zero del teatro. Non ci sarebbe teatro senza questo desiderio insito nell’uomo di narrare e di ascoltare, che ne ha bisogno come dell’aria che respira. L’attività di mettersi in gruppo e narrare delle storie è antichissima. Questa è la base del nostro lavoro. Credo che anche oggi permanga questo grande bisogno. Non è un caso che nella nostra società ci sia una moltiplicazione infinita di storie, parlo delle fiction della televisione ad esempio, che tanto successo riscuotono. Solo la presa di coscienza della propria storia, del proprio percorso, del proprio tragitto, attraverso la narrazione di se stessi, può salvarci dal caos che è la realtà che ci circonda. Ogni storia ha una forza dentro che ci interessa e ci interpella. E’ un meccanismo se vogliamo anche un po’ misterioso, ma la mente ha bisogno di narrare, vale a dire comunicare la propria esperienza attraverso il linguaggio. Lorenzoni, che ha iniziato con questo tipo di attività all’inizio degli anni’70, sostiene che sia anche un modo per abbattere il muro dell’indifferenza, del sospetto, della non-comunicazione. Da queste premesse e dall’esperienza del fare teatro abbiamo attinto gli strumenti per organizzare il cerchio narrativo a Bolzano».
Quando avete iniziato con questi tipo di esperienza qui a Bolzano?
Raffaelli: «Nell’anno scolastico 2006-2007. I servizi sociali per anziani sono attivi durante l’anno scolastico, mentre nel periodo estivo sono impegnati ad organizzare le vacanze. Abbiamo fatto quindi un parallelo fra scuola e mondo dell’associazionismo degli anziani. Noi abbiamo lavorato con anziani autosufficienti, che non si trovavano in strutture e che sceglievano liberamente di partecipare a questo tipo di esperienza, con una forte motivazione anche».
Qual è stata la reazione di anziani e bambini?
Casagrande: «Gli anziani non credevano in se stessi. All’inizio ci chiedevano: “Cosa abbiamo da raccontare? Chi può essere interessato alle nostre storie? Sono storie di vita normale“. Quando si leggono le storie invece ci si rende conto che sono tutt’altro che banali. Però c’era questa sfiducia iniziale.
Oggi è di moda il protagonismo. Il raccontare ed il raccontarsi non è più di moda e la comunicazione odierna avviene soprattutto tra pochi intimi e non in un contesto collettivo. Un secondo elemento che abbiamo notato è stato l’assoluta incapacità di ascolto. L’ascolto è fondamentale, senza ascolto non c’è comunicazione, non c’è scambio. E’ stato necessario e per farlo abbiamo utilizzato strumenti come brani musicali, piccoli racconti, brevi poesie attivare l’attenzione reciproca. Nei bambini invece ci ha colpito una gran voglia di raccontare repressa, perché non si dedica nella scuola molto tempo al racconto. A scuola si ascolta, si è passivi, anche lì con poca attenzione. Quando noi davamo dei piccoli stimoli del tipo “cosa è successo quando sono nato, cosa mi raccontano i miei di quel giorno” in quel momento i bambini diventavano protagonisti e cominciavamo a parlare».
Il cerchio narrativo è uno strumento per imparare a comunicare quindi?
Raffaelli: «Certo. Le parole servono per comunicare. Oggi viviamo in un contesto di svalutazione della parola, che può servire per vendere, per ingannare e quant’altro, ma nell’esperienza del cerchio narrativo le parole servono solo per comunicare. E questo valore non si trova facilmente nella vita quotidiana, perché solo all’amico racconti la tua storia.
La società di oggi va verso una disgregazione ed i soggetti deboli sono quelli che soffrono di più. Penso ai malati psichici, ai carcerati, ma anche agli anziani. Non solo. Gli anziani sono una miniera di esperienza, sono ricchi di vita vissuta, ma purtroppo i primi a non rendersene conto sono proprio loro. Il cerchio narrativo è stato anche uno strumento di rivalutazione della loro autostima».
Perché il titolo “Nottetempo”?
Casagrande: «Il titolo lo abbiamo ricavato dalla storia di un anziano, che ci raccontava di un ex-pescatore di un paesino della Calabria dove lui viveva, che ora era diventato una sorta di capopopolo, stimato da tutti gli abitanti del paese. La sera si ritrovavano tutti in un certo posto e quest’uomo raccontava le sue storie. L’anziano non si ricordava più cosa raccontasse l’ex-pescatore però ricordava il momento «nottetempo», parola dotta, che non si usa più, ma che in lui evocava questa atmosfera di incontro e di narrazione che può essere paragonata al filò nelle stalle dei contadini».
Alto Adige 27-11-09